Il secondo sesso. Storie di ordinaria violenza

«La donna? è semplicissimo – dice chi ama le formule semplici: è una matrice, un’ovaia; è una femmina: ciò basta a definirla. In bocca all’uomo, la parola ‘femmina’ suona come un insulto; eppure l’uomo non si vergogna della propria animalità, anzi è orgoglioso se si dice di lui ‘è un maschio!’». Il famoso incipit che apre il testo ‘Il secondo sesso’ di Simone De Beauvoir, grande icona del movimento femminista, seppur ha dimostrato contraddittorietà tra il suo pensiero e la sua vita, mostra amaramente il ruolo della donna nella società e di come è considerata, indipendentemente dalle epoche storiche che volessimo prendere in considerazione, dalle mediocri menti del mondo maschilista e della morale ipocrita. È sbagliato parlare di movimento femminista e mondo maschilista, etichette che scadono nella mera ed errata valutazione della distinzione di genere. Ma, lungi dal voler prendere posizione su questo tema, la realtà è un pugno allo stomaco che ci colpisce dannatamente tutte le volte che guardiamo un telegiornale o leggiamo un giornale: da quanto le donne hanno iniziato a emanciparsi, la violenza su di loro è un dato certo e in continuo aumento. Anche a Favara se n’è parlato da poco, soprattutto dopo la morte della giovane di San Giovanni Gemini che ci ha scossi da più vicino. La sensibilizzazione, le giornate sulla violenza contro le donne, i convegni, gli interventi sono sicuramente degli ottimi metodi per manifestare il problema: ma quante persone si avvicinano e si interessano davvero? In quanti il giorno dopo continuano ancora la lotta? Non è sicuramente con ‘una’ giornata nazionale che si blocca la violenza. Siamo costantemente presi dalla routine della quotidianità che il giorno dopo eccoci nuovamente lì, pronti a stupirci, dell’ennesima notizia della violenza e della morte di una ragazza. Non è forse stato così quando abbiamo letto della ragazza di Palma di Montechiaro uccisa da dei colpi di pistola dal suo ragazzo perché lei voleva lasciarlo? Perché non è affatto pensabile che una donna sia capace di vivere senza un uomo accanto. Perché la morale – bigotta – ha sempre voluto la donna dipendente da un uomo. Perché la differenza di genere c’è, ma lo Stato italiano, a differenza degli altri Stati europei, non fa nulla per tutelarla. Perché, costa dirlo, ma questa violenza verso le donne – che sicuramente esiste anche sugli uomini, sui gay e transessuali, non facciamo discriminazione, oggi la domanda che ci si pone è si deve parlare di differenza di genere o genere della differenza? – è anche colpa della politica. Dov’è la tutela nei confronti delle donne che decidono di avere un bambino? E gli asili aziendali? E, allora, aveva ragione Simone De Beauvoir quando diceva che la questione non è da intendere in termini di felicità, ma in termini di libertà.

Mariangela Pullara