E Favara ritornò a chiamarsi Fawwara. Accoglienza e solidarietà in una emergenza senza fine

Il mare “liscio” come l’olio diventa un’autostrada perfetta per chi “gestisce” la rotta Africa-Sicilia su barconi che rischiano di affondare per l’eccessivo carico umano. E allora, approfittando dell’estate anticipata e del Mediterraneo piatto Lampedusa e tutta la costa siciliana ripiomba nella piena emerganza-immigrati. In migliaia nelle ultime ore arrivati sui mezzi navali delle forze dell’ordine impegnate da mesi nell’operazione Mare Nostrum. Quasi 500 reduci dall’ennesimo viaggio della speranza nella notte del 10 aprile hanno preso la direzione di Favara. Destinazione contrada Pioppo, all’interno del Palasport “Giglia”. La struttura sportiva, utilizzata da società nelle diverse discipline, è stata individuata dalla Prefettura di Agrigento come sito dove giocare una gara diversa da quelle tradizionali: la gara di solidarietà. E nel cuore della notte diversi gli autobus che hanno fatto un avanti-indietro dal molo del Porto empedoclino fino a Favara. Sistemati sotto un tetto, quello di legno lamellare che copre il parquet del “Giglia”. Per un rifugio provvisorio, al sicuro, in terraferma, al calduccio. Ma per quasi tutti i migranti la tappa di Favara è stata molto provvisoria. Fuggiti e non trasferiti in altre sedi. Alle prime luci dell’alba, in  massa, sono scappati dall’impianto sportivo, scavalcando perfino le reti di recinzione. Nella fuga alcuni sono rimasti impantanati nel laghetto che costeggia il Palazzetto e la Piscina. Ma infangati hanno ripreso il cammino. Tante le direzioni prese dai vari gruppetti provenienti da diverse comunità africane. Alcuni si sono diretti sulla SS.640, altri hanno raggiunto Favara girovagando per strade e piazze di una cittadina che “ripiomba” nella sua storia. C’è una certa apprensione di chi ha case nelle varie contrade di campagna o nella vasta periferia urbana. C’è il timore di trovare “occupata” la propria proprietà da chi, disperato, è in cerca di una dimora. Il Palagiglia il giorno dopo si è svegliato con le tribune piene di bottiglie d’acqua, piatti, bicchieri e tovaglioli. Dopo essere rifocillati, come detto, gli oltre 450 ospiti hanno deciso di riprendere il proprio cammino. Sulla terraferma. I favaresi, che hanno nel sangue il senso dell’ospitalità, iniziano ad avere anche qualche preoccupazione. Favara ha una matrice storica araba, molti toponimi sono “datati” dal periodo di dominazione musulmana. Uno dei nomi antichi del paese, Fawwara, è proprio d’origine araba e sta a significare “polla d’acqua”, quasi a contraddire i lunghi periodi, anche recenti, di rubinetti a secco e taniche asciutte sui tetti delle case. Favara, che in questi anni ha aperto diverse volte i cancelli del Cimitero di Piana Traversa per dare l’ultimo dimora a decine di “fratelli” di colore, da ieri è stata chiamata a un intervento assistenziale di una certa portata. Forze dell’ordine, amministrazione comunale, associazioni di volontariato per tutta la notte sono state impegnate a coordinare questa ennesima emergenza. Non è la prima volta che Favara viene individuata come “banchina” dove fare sbarcare gli immigrati. Alcuni mesi fa diverse donne, mamme con figli piccoli, hanno trovato come prima dimora il Seminario Vescovile ed altri siti. Ma Favara, come Porto Empedocle, Agrigento e la Sicilia riusciranno a reggere il peso di questa portata di flussi migratori? Intanto, nella città che negli anni Cinquanta diventò set cinematografico nel film “Il cammino della speranza”, giorno dopo giorno è sempre in aumento la presenza di ragazzi, tutti giovanissimi, che provengono dall’entroterra africano. Lontano dalle famiglie e dalla serenità.

Giuseppe Piscopo