Non senza l’altro – Riflessioni sull’alterità

Mi è capitato per caso, nelle ultime due lezioni universitarie, di trovare riscontro in testi conosciuti, studiati e, probabilmente, per motivi legati a indirizzi differenti di ricerca, dimenticati, quelle opinioni che mesi e mesi di osservazione su Favara, adesso, sono diventate mie certezze. Nel saggio La trascendenza dell’ego, il filosofo J. P. Sarte scriveva: «L’io non è un abitante della coscienza» ovvero l’io non è sostanza chiusa in se stessa e autoreferenziale, ma esiste solo in quanto costitutivamente sostanza relazionale aperta al mondo e, per ciò, agli altri. L’io non domina la scena; piuttosto, è l’altro a dominarla. Il soggetto in sé – Io – ha bisogno dell’altro per realizzare se stesso. Il soggetto non è più. Ci sono i soggetti con i soggetti. Si trova difficoltà a credere al ‘cambiamento’ di Favara quando questa rete relazionale non esiste. E la colpa è da affidare al peso della responsabilità. Perché? La responsabilità è sicuramente il terreno, il piano comune, lo spazio apofantico, in cui si crea un certo movimento di resistenza. Da ciò è possibile cogliere due diversi modi di interpretare la questione e, dunque, di domandarsi: apertura all’altro, ovvero responsabilità, ovvero resistenza, è un sopportare o un sostenere? È resistenza per non soccombere o è un sostenere perché sai che tu, in quanto io, non sei se non con l’altro? Il da farsi favarese mi ha portato più a un riscontro del primo ramo del domandare e a chiedermi perché, se di ‘cambiamento’ si parla tanto, non sia spontaneamente nata tale apertura all’altro? La risposta è immediata: alterità è soprattutto differenza. E non si riesce mai capire quale sia il motivo per cui il concetto di ‘differenza’ debba sempre assumere una connotazione negativa: la parola differenza, dal latino, è composta dalla particella ‘di’ e dal verbo ‘ferre’, portare, senso di un allontanarsi ‘portando qualcosa’, un arricchimento. Accettare il differente, le opinioni differenti, le critiche costruttive che sono sempre differenti, domandarsi perché il mio punto di vista è differente dall’altro, non dovrebbe mai essere qualcosa di negativo, ma sempre – e spontaneamente – punto d’origine per un livello superiore e sicuramente più ricco. Bisogna riscoprire il bisogno dell’altro perché siamo necessariamente esposti all’altro. L’ospitalità, dirà E. Lévinas, e lo ripeterà J. Derrida, è costitutiva dell’uomo. Ospitare l’altro significa fare esperienza della differenza, una situazione così pericolosa che ci rende responsabili del rapporto con l’altro. L’alterità è la vita stessa ed è la vita di ognuno. Sicuramente è molto più semplice scrivere, mi si dirà, che effettivamente dare spazio all’altro. Sì. E aggiungo: riuscire a porsi all’interno dello stesso orizzonte ci conduce alla violenza, ovvero alla fatica, allo sforzo che ‘noi’ dobbiamo esercitare per scovare quella piccola radura di un fitto bosco per poter stare insieme. E spero che, molto presto, nella selva oscura, i raggi di sole, possano mostrarci questo spazio incontaminato.

Mariangela Pullara