Intervista Beniamino Biondi

In vista della IV edizione della rassegna di film ‘I 7 Io’ promossa dalla nostra associazione Nicodemo, abbiamo ritenuto importante intervistare il nostro direttore artistico Beniamino Biondi.

 

Beniamino, che studi ha fatto?

«I miei studi formali si sono svolti nell’ambito della giurisprudenza con molta pigrizia e scarsissimo interesse. In realtà, durante il periodo dell’università mi sono occupato soprattutto di teatro e di poesia e ho trascorso alcuni anni di solidissime letture che mi hanno parecchio formato contribuendo all’individuazione più esatta del mio destino personale e ponendo le basi per il mio lavoro successivo. I miei studi sul cinema sono stati così molto disordinati ma ricchissimi e altamente creativi; la loro prima modalità ha consistito e consiste in un approccio al cinema come visione che poi si è tradotto in un forte interesse al linguaggio e al sistema di segni che lo determina soprattutto nell’approfondimento della semiologia di Christian Metz e dei suoi lavori teorici sulla grammatica e sull’analisi della struttura narrativa dei film».

 

Ci parli del suo lavoro?

«La critica cinematografica mi ha permesso anzitutto di sviluppare compiutamente le mie attitudini alla saggistica; neppure ventenne, la visione del film “Illuminazione” (1973) di Krzysztof Zanussi ha determinato un interesse più serio verso il cinema e lo studio di esso. Come accade sempre per la critica, si tratta in qualche maniera di vivere i film degli altri come fossero opere proprie; del resto mi sono fatto l’idea che molto spesso il cinema è altrove, nel senso che il pubblico medio non ha alcuna contezza di quel che il cinema è stato in grado di realizzare artisticamente nel corso della sua storia. Mi sono occupato del cinema greco degli anni ’60, del Fronte di Lotta in Messico, della Scuola di Barcellona, e soprattutto di cinema giapponese attraverso numerose pubblicazioni; di più, proprio il Giappone, la cui cultura mi affascina e mi appartiene, ha finito per divenire oggetto elettivo di una più ampia analisi sui fenomeni percettivi e organizzativi del racconto filmico da parte del soggetto. Benché i miei studi siano ampi, essi pero riguardano per buona parte il cinema tra gli anni sessanta e settanta – con un quasi totale disinteresse per quello attuale e, soprattutto, le opere prodotte in paesi economicamente o geograficamente marginali rispetto alla grande industria cinematografica e il cinema sperimentale e di ricerca, come nel caso dei miei studi sul cinema catalano di cui in Italia non esisteva pressoché nulla».

 

La collaborazione con l’associazione Nicodemo e la manifestazione de ‘I 7 Io’ è giunta alla sua quarta edizione, quali sono le sue considerazioni per questa nuova edizione? Quale tema è stato scelto?

«Un tema tanto suggestivo quanto complesso ed elusivo come la felicità, che, di fatto, consiste sempre in un processo di ricerca. Ed è proprio il senso della ricerca che ancora una volta la rassegna de I 7 Io vuole compiere attraverso il cinema. La mia felice collaborazione con Nicodemo, che è una delle più interessanti realtà associative del nostro territorio, è ormai al terzo anno e costituisce un piccolo successo personale; in parte per le relazioni maturate sotto il profilo umano, in parte per la capacità di aver saputo concepire un evento di cultura capace di non morire dopo una sola stagione, come spesso accade per tante altre manifestazioni in Sicilia».

 

Secondo lei  che ruolo ricopre la manifestazione cinematografica in considerazione anche del fatto che Favara non abbia un cinema?

«Non avere più sale cinematografiche, oggi, non è affatto un’eccezione; in parte a causa delle multisale, orrendi fenomeni di massa che massacrano il cinema d’autore, in parte per effetto del traffico internet e delle possibilità di consumare i film in streaming. Tutto ciò ha prodotto una mortificazione del senso più originario del cinema, che è un’arte sociale, e si è finito per intenderlo solo come un passatempo per le domeniche pomeriggio o un momento solitario in casa. Ma proprio per questo, io credo, una manifestazione cinematografica come quella de I 7 Io ha profonde ragioni di intervento in ambito di politica culturale sia in termini di socialità diffusa sia in termini di riconquista di uno spazio di analisi e di interpretazione del reale e del quotidiano attraverso l’arte».

 

Quali saranno i suoi prossimi impegni?

«Come ogni anno, sono direttore artistico di alcune altre manifestazioni siciliane e membro di giuria di alcuni festival di cinema. Circa i miei studi, invece, è appena uscito per Aracne un volume dal titolo “Giganti e giocattoli. Il cinema di YasuzôMasumura” e sto lavorando a un testo sul cinema cubano e ad una monografica di Nelson Pereira dos Santos, una sorta di Rossellini brasiliano».

 

Rosalva Contrino