0,01%

Chi lo fa incondizionatamente dev’esser pervaso da un moto interiore assimilabile a ciò che per i religiosi è la Fede. Ed io, che sono geneticamente un infedele, fatico a comprendere.

D’altro canto, l’operazione (per certi versi, encomiabile) condotta da Andrea Bartoli e il FUN, non può sottrarsi alla discussione. E, l’esercizio del dissenso, ne è parte integrante e irrinunciabile.

Nulla eccepisco riguardo il massivo consenso riscosso (sembra, infatti, che il 99,99% della popolazione abbia gradito entusiasta). Semmai, in qualità di 0,01% cautamente dissenziente, auspico il risolversi di talune mie perplessità.

L’evocare “Rivoluzioni” e “Cambiamenti” inarrestabili è, di per sé, fonte di talune di queste perplessità.

Specie quando non è chiaro il progetto che li sottintende e la “rivoluzione” sembra incidere (almeno, allo stato) solo sull’estetica interna d’un bene storico pubblico qual è il Castello chiaramontano di Favara.

Dal canto mio, preferisco l’umiltà dei risultati perseguiti e/o raggiunti e di una visione lungimirante e complessiva del bene collettivo che (come detto) non risulta esser stata palesata né condivisa.

Ad oggi, semmai, quelle parole appaiono semplici slogan automotivanti.

Parte d’una (legittima) strategia di “marketing” a cui, peraltro, dovremmo essere assuefatti.

Gero Viccica

 

Bisogna, però, riconoscere che qualcosa di nuovo è accaduto.

Un “trauma” che, aldilà di tutto, stimola interrogativi.

E, comunque, va apprezzato l’immane sforzo che, posto il limitatissimo lasso di tempo e la cronica carenza di risorse finanziarie, ha prodotto una visione diversa del Castello.

Forse non la più consona e condivisibile. Ma, senz’altro, diversa.

 

Ciò che, invece, “disturba” sono le dinamiche da cui è scaturita questa “rivoluzione”.

Inequivocabilmente imposta, secondo modalità che non fatico a definire personalistiche.

Posto che si è colpevolmente (intenzionalmente) ignorato tutto un mondo associativo che, negli ultimi anni, si è mostrato operoso e creativo e che avrebbe avuto il merito e il diritto d’esser interpellato prima d’ogni decisione definitiva.

Mondo associativo che ha palesato, da subito,  la preoccupazione che, quei luoghi, venissero resi (anche solo parzialmente) inaccessibili, se non per attività specificatamente approvate dal Direttore Artistico.

E a nulla sono valse vaghe (ambigue) rassicurazioni del Sindaco al riguardo.

 

Per quali precorsi meriti sostanziali, il FUN, materializzatosi dal nulla, ha guadagnato il privilegio di divenire detentore e utilizzatore preminente del Castello?

Nulla, del FUN e del suo “Progetto”, è stato esplicitato durante la prima conferenza stampa.

Né è dato sapere se v’è stata (diciamo, a livello istituzionale) una valutazione d’idoneità.

Né se si tratti di designazione formale e regolamentata (quindi,  trasparente) o, come sembra, d’una designazione “in fiducia”.

Percorsi “istituzionali” a parte, il FUN ha, di fatto, preso possesso d’un bene pubblico.

E, almeno apparentemente, ne ha segnato il territorio.

Come fosse pacificamente acquisito che, quel territorio (e chissà se solo quello), sia ormai sede indiscussa del FUN.

Quindi, non più un luogo pubblico. Piuttosto, un FUNluogo concesso al pubblico.

Ciò ha generato la percezione (esterna al FUN) d’un collettivo insofferente e impermeabile al dissenso.

Spesso teso a liquidare come sterile, una polemica invece complessa, articolata e, soprattutto, legittima.

Tale percezione (ho avuto modo di appurarlo, attraverso il confronto) è condivisa da taluni FUNners.

Mi si è obiettato, però, che l’atteggiamento individuale non va confuso con la filosofia FUN.

Chè, sembra, si fondi sugli alti ideali della condivisione e massima apertura alla collettività.

Quale che sia la verità, pare d’assistere a una resa (totale?) dell’Amministrazione.

Un abdicare al proprio ruolo di propulsore dello sviluppo della città e risolutore dei suoi macroscopici disagi.

Tanto da avvalorare la tesi d’una progressione politica del FUN (un FavaraUNited, in forma di lista civica?), che accolga in sé e sostenga assessori transfughi o personalità che guardino oltre l’attuale giunta…

Tesi utopiche a parte, m’è difficoltoso associare tutto questo alle idee di Cambiamento e Rivoluzione.

Chè, si sa, son processi che implicano e pretendono una diffusa partecipazione.

E non transigono sulla chiarezza e la trasparenza. Specie quando v’è di mezzo il bene collettivo.

E mi chiedo anche, se il dissenso, rifuggito, respinto aprioristicamente da chi opera nel Castello, non sarebbe stato invece alimentato dagli stessi, nel caso di una designazione diversa.

Il timore che un bene collettivo diventi privilegio di pochi, non va trascurato né ignorato.

Piuttosto, va analizzato, compreso, ascoltato.

Chè, forse, è proprio da lì che può montare una Rivoluzione che non sia solo un effimero vezzo cool…